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  1. #1
    *LaYLa*
    Guest

    L'arte esiste in assenza di memoria?

    Spiegarmi mi viene difficile.
    Vediamo se con un esempio banale e decisamente alla portata di tutti
    riesco a farmi capire.

    Tante, troppe volte si è sentito dire "la moda è una forma d'arte".

    Eliminiamo subito la parola moda: un termine che a parer mio accanto ad arte stona. Cos'è l'arte se non il superamento dell'effimero, un rendersi universale nel nome di un
    "ora e per sempre, io ti saprò parlare, emozionare?"

    La Moda, è l'esatto opposto di tutto questo: nella sua novità ha il sapore delle bravate più euforiche della giovinezza, ma quando tramonta non ci concede neanche l'inebriante malinconia delle cose amate per il puro gusto d'amare: ed
    è allora che prendiamo in mano quei vecchi vestiti nascosti nell'armadioensando al ricordo legato, alle persone, al contesto.

    Ma di per sè, quel vecchio capo, quel pezzo di stoffa, che qualità dovrebbe avere per emozionarci?
    Badare bene: per farlo nell'oggi corrente, fingendo di non aver più memoria dei tempi che furono?

    Vi sto chiedendo di immaginare un'arte senza potere evocativo perchè in voi non vi è più nulla da evocare, dovete ripartire da zero.
    Puo' esistere ancora l'arte? Potrà ancora colpirci quello che chiamavamo arte
    il giorno prima
    ( se sì, in base a cosa?)
    o non ci rimane che gioire della bellezza tout court?
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  2. #2
    Io non sono *gp vip*

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    Il post merita, rispondo.

    Non c'è bisogno di scomodare Hegel per descrivere alcune dinamiche trainanti di un fenomeno e del suo apparente epifenomeno. Mi limiterei ad osservazioni di natura sostanziale sulle due parole.
    Francamente, tenendo a mente la tragica cesura storica sul destino di autori rinomati nei limitari della loro esistenza naturale (Pietro Trapassi, Cenne della Chitarra e il suo acerrimo motteggiatore Folgòre di San Giminiano, per fare tre esempi) direi sia meglio evitare a priori un distinguo che è negato nei fondamenti della definizione.
    Non sono in grado di vedere questa netta spaccatura (se non autentica anteposizione), dal momento che riconosco quell'istanza psicologica attraverso cui il passato è in grado di generare spontaneamente un valore artistico. Questo è destino tipico dell'oggetto storico, qualunque esso sia: applicando ad esso le nostre categorie, traiamo i medesimi riflessi sensuali di esperienze secolari, riconosciute come artistiche.
    Io personalmente tollero con fatica la parola "arte" per questioni intuibili dal discorso di cui sopra, e non opporrò obiezione a chi dovesse considerare il mio, un comportamento di sfiducia.

    Vorrei però partire dalle belle parole di Nietzsche nella Nascita della Tragedia Greca per contestualizzare un'idea in proposito. Se vero è che l'arte va considerata un "momento di ristoro" nella tragicità dell'esperienza reale, vera del dionisiaco (la profondità deflagrante di questo pensiero tuttora non viene compresa dai commentatori, che si limitano al senso con cui ora l'ho esposta), non possiamo sottrarla all'impellenza dell'immanente.
    Di qui, è piuttosto consequenziale quanto afferma Gadamer quando inserisce la stessa esperienza dell'arte nell'arte stessa. Ma allora, cosa censura il momento artistico dalla sua negazione, data la sua immanenza?

    I linguaggi si nutrono dei più variegati afflati carsici dell'esistenza, spezzano la dura coltre del presente e sbocciano, per poi rovinare e dissolversi nella promessa di un nuovo linguaggio. E questo processo non soltanto ha gettato nelle fredde tenebre dell'indolenza critica un'infinità di lavori, ma ha mutato e muta, continuamente, gli oggetti empirici della nostra percezione.
    Non vorrei lasciarmi fagocitare dal discorso, quindi eviterò richiami al Marx del Grundrisse e ad Adorno di psicanalisi revisionistica, ma terrei ben fermo quanto ho detto per prevaricare la distinzione categoriale tra arte e moda.

    La stessa poesia di Baudelaire suggerita dal mattino nell'immagine acerba del giorno nuovo, negli ozi del pomeriggio la impugnerò nell'infima banalità della continua prova di forza con cui oppongo le mie alle altrui capacità.

    Una frase banale ed efficace:
    L'arte è un'esperienza dell'individuo nell'individuo, la moda, si genera negli orditi sociali immanenti.

    Ma uno spiritello mi ricorda la natura artificiale e umana dell'arte. Esperienza profondamente sociale.

    Sorridendo,e tenendo ferma la natura consapevole delle mie esperienze, direi che subiamo l'arte, agiamo la moda. Ma il discrimine è tutt'affatto che immediato, e l'onerosità di un simile sforzo è permessa soltanto dal respiro amplio con cui considero l'esistenza.
    ...come un lupo nella tagliola...
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  3. #3
    Io non sono *gp vip*

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    questa resti in alto
    ...come un lupo nella tagliola...
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  4. #4
    *LaYLa*
    Guest

    Nero perdonami se non sono ancora passata a risponderti, ma sono sommersa dallo studio, dopo il 7 parto, e visto come hai articolato la risposta credo sia giusto dedicarle ben più dei 5 minuti che posso concedermi sul forum in questi giorni.
    E sì, un giorno dovrai svelarmi quale è stato il tuo percorso di studi, sei sempre molto esaudiente e parallelamente io mi sento una capra :/
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  5. #5
    Io non sono *gp vip*

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    Non hai colpe
    L'arroganza e l'odio per la finitudine, e le naturali conseguenze, nonchè gli effetti propagati in un determinato contesto storico, nulla di più. Amo i larghi spazi dell'ignoranza e trovo delittuoso colmarli come ci insegna il nostro mondo


    Leggerò la risposta con piacere
    ...come un lupo nella tagliola...
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  6. #6
    New Entry Gp
    L'avatar di Bardamu
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    Rispondo in modo composito perche' il post presenta molti spunti e non voglio fare un minestrone.

    Quote Originariamente inviata da *LaYLa* Visualizza il messaggio
    Spiegarmi mi viene difficile.
    Vediamo se con un esempio banale e decisamente alla portata di tutti
    riesco a farmi capire.

    Tante, troppe volte si è sentito dire "la moda è una forma d'arte".

    Eliminiamo subito la parola moda: un termine che a parer mio accanto ad arte stona. Cos'è l'arte se non il superamento dell'effimero, un rendersi universale nel nome di un
    "ora e per sempre, io ti saprò parlare, emozionare?"
    Per iniziare, non sono d'accordo con questa premessa, credo che "il superamento dell'effimero, il rendersi universali nel nome di un <<ora e per sempre, io ti sapro' parlare, emozionare>>" sia UN modo d'arte.
    Non la definizione di tutta l'Arte.
    Io credo (o meglio, W.Benjamin credeva) che un certo modo di concepire l'arte sia nato e morto e abbia una o piu' date effettive del decesso.
    L'arte tradizionalmente intesa, dall'antichita' all'ottocento, si e' dovuta scontrare con la possibilita' della sua riproduzione tecnica.
    Il che ha significato non, come banalmente si puo' intendere, che si moltiplicano le possibilita' di copie di una singola opera d'arte (anche, ma e' la parte meno significativa) ma, in modo molto piu' pregnante, significa che nascono forme d'arte che fanno della possibilita' dell'infinita riproduzione la loro stessa natura.
    Benjamin individua nella fotografia, nel cinema, nella musica registrata le prime tecniche artistiche che si fondano sulla possibilita' dell'infinita riproduzione.
    Questa possibilita' cancella la sacralita' mistica dell'opera d'arte, la sua aura, la sua unicita'.

    Si puo' distinguere tra l'originale del david di michelangelo e le sue copie.
    Non ha assolutamente senso distinguere tra un presunto originale e una copia di diverse pellicole di un film, di diverse riproduzioni della medesima fotografia o della medesima canzone.

    L'arte precedente a questa rivoluzione ha senz'altro a che fare con la memoria (e con l'immaginazione).
    L'aura viveva dell'immaginazione che si fa di una certa opera sino a che non la si incontra dal vivo, dell'estasi religiosa che si vive nel momento in cui la si vive e del ricordo che se ne conserva dopo che la si e' vissuta.
    L'opera d'arte religiosa pre-industriale viveva dello spazio e del tempo del suo collocamento.

    In certe forme questo vive ancora, penso ai concerti dal vivo, ad esempio, ma sicuramente non e' piu' preponderante (tanto e' vero che sono piu' le persone che acquistano la registrazione di un concerto che quelle che assistono alla sua esecuzione.)

    La Moda, è l'esatto opposto di tutto questo: nella sua novità ha il sapore delle bravate più euforiche della giovinezza, ma quando tramonta non ci concede neanche l'inebriante malinconia delle cose amate per il puro gusto d'amare: ed
    è allora che prendiamo in mano quei vecchi vestiti nascosti nell'armadioensando al ricordo legato, alle persone, al contesto.
    Questo mi ricorda un bellissimo libro del compianto Orlando.
    Si intitola "Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura" ed e' un enorme compendio di passi letterari che trattano di oggetti vecchi, abbandonati, desueti, depotenziati, inutilizzati, un enorme cassapanca di cianfrusaglie analizzate secondo la teoria freudiana della letteratura pensata dal buon Orlando.
    Senza entrare nel merito, ma immaginando di recuperare alla luce di questi scritti l'aura benjaminiana, si puo' pensare ad un recupero dell'aura in chiave potentemente individualista (com'e' del resto la societas oggi).
    L'opera d'arte la troviamo nel vissuto, nel riutilizzo, nel ricordo, quel vestito mi e' caro perche', indipendentemente dalla moda, e' legato a quel vissuto, a quel contesto, a quell'evento.
    Questo e', a mio modo di vedere, un molto molto abietto di concepire l'arte, un modo che fagocita l'oggetto nel proprio sè.
    Un modo psicanalitico di concepire l'arte nel modo peggiore in cui si puo' intendere questa accezione. (che assolutamente non e' il modo di Orlando, per cui anzi un analisi freudiana dell'arte non puo' prescindere dalla realta' intersoggettiva dell'arte e della realta' tutta).
    Ma di per sè, quel vecchio capo, quel pezzo di stoffa, che qualità dovrebbe avere per emozionarci?
    Badare bene: per farlo nell'oggi corrente, fingendo di non aver più memoria dei tempi che furono?
    Se ho capito bene stai chiedendo quali qualita' intrinseche deve avere un'opera d'arte, indipendentemente da memoria e vissuto, per emozionare.

    Io penso che ci sia un errore di fondo.
    Anzi due.

    Il primo e' il presupposto che l'arte debba necessariamente emozionare.
    Se devo trovare un fine ultimo all'arte, direi piuttosto che è la comunicazione in senso lato, piuttosto che l'emozione.

    Sempre Benjamin sosteneva che con l'avvento dell'arte seriale si aprivano spazi per diverse forme d'arte.
    Si apriva lo spazio per l'arte politica.
    L'arte avrebbe potuto finalmente fare, avrebbe potuto cambiare il mondo.

    L'ennesima promessa tradita.

    Penso che l'arte seriale sia stata piuttosto fagocitata dal processo produttivo dominante e sia diventata un'acefala riproduzione di oggetti già desueti nel momento in cui nascono e su cui migliaia di studenti di design si fanno le seghe.
    L'arte allora diventa davvero solo recupero sentimentale di oggetto desueti, diventa davvero solo proiezione dei propri stati d'animo su oggetti.
    Una forma iperrealistica della poetica di Eliot.

    Senz'altro una forma di alienazione.

    Il secondo errore e' che questa domanda presuppone una metafisica dell'arte.
    E' un altro concetto di cui si puo' discutere, ma che non mi persuade molto.
    Saro' un sudicio relativista, ma l'idea degli universli mi convince poco, specialmente per l'arte.
    Credo che un'opera d'arte non abbia niente in sè per emozionare, comunicare o qualunque altra azione riteniate predominante nell'arte.
    L'opera d'arte e' relativa al suo contesto storico, al suo contesto di percezione.
    Questo rimane valido anche nell'epoca della (iper)riproducibilita' tecnica (e anche nell'epoca del virtuale, quindi veramente dell'infinito), perche' un film, una foto, una canzone o qualunque altra opera vengono percepiti in modo diverso in luoghi e tempi diversi.

    Vi sto chiedendo di immaginare un'arte senza potere evocativo perchè in voi non vi è più nulla da evocare, dovete ripartire da zero.
    Puo' esistere ancora l'arte? Potrà ancora colpirci quello che chiamavamo arte
    il giorno prima
    ( se sì, in base a cosa?)
    o non ci rimane che gioire della bellezza tout court?
    L'arte puo' esistere come prassi, come azione politica.
    Secondo Kojeve l'arte rappresentativa è morta con Kandiskij.
    Kandiskij faceva arte non rappresentativa, i suoi quadri non rappresentavano una porzione di mondo, erano una porzione di mondo.
    Un quadro di kandiskij aveva lo stesso status di un albero, un auto, un carro armato, un fiore.

    Penso che l'arte dovrebbe continuare ad esistere come prassi rivoluzionaria.
    L'autocoscienza è qualcosa che deve passare necessariamente attraverso il filtro del ridicolo.
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  7. #7
    Io non sono *gp vip*

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    risponderò, avendone il tempo
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  8. #8
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    L'avatar di Bardamu
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    E' un vero peccato che questo thread sia finito nel dimenticatoio.
    L'autocoscienza è qualcosa che deve passare necessariamente attraverso il filtro del ridicolo.
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