Con la definizione di psicofarmaci si identificano diverse classi di farmaci che agiscono sul sistema nervoso centrale. Si possono classificare in base al tipo di molecole (classi farmaceutiche) o all'effetto terapeutico. Fra essi i più utilizzati sono: gli ansiolitici, gli antidepressivi e i neurolettici (o antipsicotici); che a loro volta includono molecole appartenenti a classi diverse. A questi possiamo aggiungere il litio e gli antiepilettici usati come stabilizzatori dell'umore. Ci sono anche psicofarmaci ipnotici.
Non si può parlare di un effetto terapeutico comune degli psicofarmaci proprio per la eterogeneità delle molecole e dei disturbi trattati: alcune patologie si risolvono con una terapia ben condotta, altre croniche e recidivanti (ovvero perduranti nel tempo o che si ripresentano ciclicamente, soprattutto se i trattamenti farmacologici sono discontinuati), il loro effetto è di attenuare almeno i sintomi del disturbo mentale, favorendo una eventuale psicoterapia, o almeno una convivenza con la malattia mentale, nei casi in cui questa renda impossibile al paziente mantenere un lavoro e una vita normali.
In ogni caso l'uso e la prescrizione di psicofarmaci va valutato attentamente per gli effetti collaterali, a volte pesanti, e la possibilità di errori nell'assunzione, che possono portare a una riaccensione dei sintomi o a vere e proprie intossicazioni, il cui esito è raramente letale; inoltre il trattamento con alcuni tipi di psicofarmaci deve essere interrotto gradualmente, pena l'insorgere di sintomi di astinenza.
Ansiolitici
La classe degli ansiolitici e dei sedativo-ipnotici comprende le benzodiazepine (BDZ), gli azapironi, le imidazopiridine, i ciclopirroloni, le beta-carboline e i barbiturici, questi ultimi non più utilizzati con questa indicazione per i gravi effetti indesiderati e la elevata probabilità di decesso in caso di assunzione di quantità eccessive. Alcune di queste sostanze sono inserite in Italia nelle tabelle ministeriali III e IV (legge 309/90, disciplina delle sostanze stupefacenti) e richiedono una ricettazione medica particolare.
Benzodiazepine
L'introduzione delle benzodiazepine, per la loro efficacia nei più vari casi di ansia, il loro buon effetto ipnoinducente, la buona tollerabilità, la bassa tossicità e la scarsa interazione con altri farmaci, portò ben presto a sostituire con esse i barbiturici come terapia d'elezione per il trattamento dell'ansia, sia da parte dei medici generici che degli psichiatri. A partire dalla metà degli anni '70, una serie di studi hanno incominciato a valutare sistematicamente le conseguenze dell'abuso, dell'uso scorretto, della dipendenza farmacologica e dei problemi connessi alla sospensione del trattamento.
Le benzodiazepine sono usate nel trattamento di:
La somministrazione avviene usualmente per via orale, in forma di compresse o gocce, ma sono disponibili anche forme iniettabili. Gli effetti dei sedativi ipnotici consistono in una generale depressione del SNC, del sistema respiratorio e del sistema cardio-vascolare. Raramente tali sostanze inducono una reazione d'ira, durante la quale la persona diventa violenta e imprevedibile. L'effetto delle BDZ è dipendente dalla dose assunta: dopo un uso quotidiano prolungato il paziente sviluppa tolleranza, più rapidamente agli effetti psicoattivi che verso gli effetti depressivi del sistema respiratorio; gli abusatori possono ingerire una dose tossica nel tentativo di ripetere gli effetti gratificanti della sostanza. L'overdose da benzodiazepine provoca coma e depressione respiratoria. Complicazioni frequenti sono shock e aritmie cardiache. Raro il decesso. Antidoto: Flumazenil.
- sindromi ansiose
- sindrome mista ansioso-depressiva
- insonnia
- tensione muscolare
- ipertensione
L'uso di BDZ, deve avvenire sotto controllo medico e deve essere accompagnato da un adeguato sostegno affettivo, dal supporto sociale e familiare. È importante non miscelare mai BDZ con altre sostanze o alcol, perché gli effetti di questi ultimi vengono potenziati. L'interruzione dell'uso di BDZ deve avvenire gradualmente: si possono sostituire temporaneamente con basse dosi di neurolettici sedativi, o in casi particolari con dosi minori di BDZ ad emivita più lunga.
La dipendenza da benzodiazepine
Nel caso delle BDZ il fenomeno della dipendenza può essere così definito: moderata dipendenza fisica e moderati fenomeni da sospensione dell'uso, scarsa tolleranza, tendenza ad un'elevata dipendenza psicologica. Nel trattamento con BDZ per dosi terapeutiche si osservano evidenti ma non gravi fenomeni da sospensioni, non vi è tendenza all'aumento dei dosaggi, mentre vi è una tendenza a protrarre il trattamento anche quando non vi sono ragioni cliniche evidenti che ne consiglino la prosecuzione. Gli effetti di astinenza sono aumentati in soggetti alcolisti. L'inizio dei sintomi di astinenza può insorgere dalle 12 alle 14 ore dopo l'interruzione del trattamento per le BDZ con vita breve fino a 3-10 giorni per quelle a lunga durata d'azione.
Il trattamento della dipendenza da BDZ dovrebbe essere sempre personalizzato. Gli effetti sul sistema nervoso centrale variano con il dosaggio, la durata d'uso, lo stato nutrizionale e il livello di dipendenza. Per una disintossicazione completa dalle BDZ possono servire fino a sei settimane, in cui i pazienti possono provare ansia transitoria, attacchi di panico e desiderio verso la sostanza, che può durare fino a sei mesi.
Complicanze generali
Le benzodiazepine possono intervenire sul livello di attenzione e di capacità di percepire i pericoli e di attivare le difese: possono compromettere o eliminare la capacità di critica e di indirizzo della propria vita. Le BDZ danno forte dipendenza fisica e psicologica e sono difficili da scalare, poiché riaffiorerebbero tutti i problemi per le quali sono state assunte. Possono dare sonnolenza, scadimento delle prestazioni psicointellettive, difficoltà di coordinazione motoria, minor rendimento nelle attività quotidiane, maggior rischio di infortuni o incidenti se associate ad alcol e accentuazione di problemi al fegato.

















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